La mia Bisnonna Cora Slocomb (1862-1944)

Cora nasce a New Orleans, Louisiana nel bel mezzo della Guerra civile Americana il 7 gennaio 1860. Sua madre, Abigail (Abby) Sarah Day, è una quacquera dinamica e risoluta, di alta moralità. Suo padre, Cuthbert Harrison Slocomb (1828-1873), è Capitano della Washington Artillery; capeggia e finanzia il Quinto Battaglione per difendere la causa dei Confederati nella Guerra Civile Americana. Secondo il racconto di Cora mio padre Cuthbert si distingue tra l’altro quando a briglia sciolta porta un messaggio al Generale Lee cavalcando di fronte a un reggimento nordista che gli spara adosso senza peraltro colpirlo (un po’ come si vede in una famosa scena del film Dancing with the Wolves di Kevin Costner). Arricchitosi nel mondo della finanza e delle assicurazioni, Cuthbert Slocomb si distingue in attività umanitarie a vantaggio dei poveri e derelitti, tra l’altro durante una delle alluvioni che colpiscono New Orleans. Fu qui che si prese un virus che lo uccise giovane quando Cora aveva appena 11 anni.

Cora cresce benestante con un’educazione cosmopolita di prim’ordine che la impronto’ tutta la vita, prima in famiglia in Luisiana, poi con precettori privati nel nord degli Stati Uniti, e a partire dal tredicesimo anno, all’estero dove studia il tedesco e il francese, e frequenta l’Accademia di Monaco per apprendere la pittura sotto la guida del reputato artista Americano Frank Duvenek che l’aiuto’ a sviluppare il suo talento artistico nell’acquarello, nel disegno e nella composizione di merletti. Di educazione religiosa episcopaliana, è comunque improntata di spirito ecumenico; Cora è intollerante di ogni forma di fondamentalismo, discriminazione e ingiustizia sociale e milita per l’emancipazione della donna.  (che fino alla prima Guerra Mondiale non aveva generalmente il diritto di voto). Vive in un’epoca in cui le giovani donne dispongono di una maggiore libertà di movimento nella società e nelle relazioni con gli uomini, della quale Cora approfitta raggiungendo una grande autonomia dopo la morte del padre.

Nel 1887, ventisettenne si reca a Roma dove incontra il Conte Detalmo di Brazzà, fratello dell’esploratore Pietro, di cui si innamora. Dopo aver passato un periodo in sanatorio a Sorrento per curarsi dal tifo, vi convoca Detalmo, di diciotto anni più vecchio di lei, e gli dichiara il suo amore che si rivela essere reciproco. Si tratta di due persone dal portamento elegante, occhi penetranti (scuri quelli di Detalo, acquamarina quelli di Cora). Scrive immediatamente alla “zia” (in realtà sua coetanea) Sally dicendole tra l’altro “La nazionalità non è importante quando trovi l’uomo che ami.” Si sposano l’anno stesso a New York e si stabiliscono poi in Italia, passando gli inverni a Roma nel Palazzo Brazzà e le estati al Castello di Brazzà, una delle tenute friulane dei Savorgnan. Detalmo a Cora sono una coppia particolarmente riuscita, appassionati della vita, innovatori, liberali, anticonformisti e filantropi nell’animo e nell’azione. “Entrambi erano convinti che la ricchezza rende felici soltanto perché offre l’opportunità di fare del bene al prossimo: quella dei poveri era una causa che condividevano con pari determinazione”.[1] Detalmo è un “gentleman farmer” e anche un inventore che si diletta a concepire strumenti di progresso come una macchina di registrazione postale, e una pompa alla sorgente nel parco per fornire l’aqua a villa e stalla. Cora Slocomb è imprenditrice (merletti e biscotti), filantropa, pittrice e scrittrice e anche architetta di giardini.

Arriva a Brazzà nell’ottobre del 1887, e si adopera a restaurare il castello di Brazzà e in particolare fissa con una monofora una spaccatura che risulta provvidenziale per evitare il crollo della torre. Progetta inoltre il parco di Brazzà sul modello del giardino inglese.  Adotta la pianta del trifoglio, sia per il disegno del parco che per quello del laghetto artificiale creato per regolarne l’idraulica.

Nel 1891, Cora lancia la Prima Esposizione Agricola Locale di Emulazione tra i Contadini per le Piccole industrie e, in questo contesto prende quasi contemporaneamente tre iniziative: promuove la creazione della fabbrica di biscotti Delser, sviluppa la Fabbrica di Giocattoli di Fagagna, e crea la Scuola Cooperativa di Merletti di Brazzà. Operando in una società ancora legata a principi feudali, Cora, come suo cognato l’esploratore Pietro di Brazzà, rompe con le vecchie abitudini del luogo.

La sua prima iniziativa è di chiedere alla famiglia Delser, della quale aveva un giorno gustato i biscotti fatti in casa, di portare il loro prodotto artigianale alla Prima Esposizione Agricola. Il successo contrassegnato dalla vendita di oltre venticinque chili di biscotti è tale  che la ricetta ottiene il primo premio e Cora suggerisce ai fratelli Delser di fabbricare i biscotti industrialmente col suo appoggio. La fabbrica apre a Martignacco con la produzione di quel biscotto artigianale col nome “Brazzà” (resterà sul mercato fino al 1958). Questa ricetta tradizionale è ora riproposta dalla Pro Loco di Brazzacco.

La seconda iniziativa è di promuovere con disegni e modelli il giocattolo in Italia  incoraggiando l’Industria di Giocattoli di Fagagna di passare alla produzione su scala industriale di bambole, peluches e colombe bianche. Cora cura tra l’altro la presentazione di bamboline vestite da merlettaie come pure la riproduzione di costumi friulani (Resia, Aviano e Marano), anticipando di un secolo la realizzazione delle bambole Barbie grazie alla diversità dei vestiti proposti. Progetta anche le peluches di una dozzina di animali e circa 75 modelli di colombe da appendere sopra le culle. Come i biscotti Delser, anche le bamboline vestite da merlettaie fanno furore alla Prima Esposizione Agricola. Il successo è tale che la prima mostra del giocattolo italiano viene allestita a Udine nel 1916 dove la fabbrica di Fagagna primeggia. Verrà poi distrutta dall’invasore austriaco e non riaprirà più per mancanza di manodopera e materiale.[2]

La terza iniziativa di Cora, la più importante, è l’apertura l’8 settembre 1891 della Scuola Cooperativa di Merletti di Brazzà a Santa Margherita, che installa in una torre di mattoni rossi da lei progettata, seguita dall’apertura di altre sei scuole tra cui quella famosa di Fagagna. Questa attività è celebrata nel museo Cjase Cocél appunto a Fagagna.

All’epoca le industrie a domicilio femminili erano il mezzo migliore per permettere alle donne rurali di trovare un’occupazione complementare alle loro incombenze in casa e nei campi e di disporre di sorgenti di reddito indipendenti dagli uomini. Cora vede nell’arte del merletto a fuselli, che introduce in Friuli, un’attività ideale per raggiungere i suoi scopi. Paga il lavoro a cottimo e provvede ogni scuola di una cassetta di risparmio per offerte da parte dei visitatori per le allieve dichiarate ammalate.

Ma per Cora l’azione economica e l’impegno sociale non sono fini a se stessi. Tiene anche all’educazione etica. Cosi’ raccomanda alla sua cooperativa di scuole rurali e agli acquirenti di merletti quelle che definisce le “Sette Regole dell’Armonia”.

Se tutte le allieve merlettaie promosse ricevevano un diploma di utilità, alcune ricevevano anche dei premi con le seguenti motivazioni: “Il primo è per la bontà verso le compagne, l’amabilità verso I superiori e l’obbedienza alle regole; il secondo per aver insegnato con diligenza quello che esse già sanno alle allieve nuove; il terzo per la perfezione del lavoro.”[1]

Le sue merlettaie diventano le fornitrici della Regina Margherita di Savoia e di varie altre case regnanti e conoscono anche uno strepitoso successo internazionale. Cora esporta il merletto friulano nel mondo presentandolo all’Esposizione Internazionale Colombiana di Chicago (Illinois) del 1893, dove organizza l’ Italian Lace Exhibit e i Queen’s Laces. Ottiene di far assegnare all’Italia il suo giorno d’onore nazionale nell’anniversario della scoperta dell’America da Cristoforo Colombo (12 ottobre) e organizza col marito Detalmo nel Palazzo delle Donne (a loro spese) dodici quadri viventi sulla vita del grande navigatore. La World Columbian Commission assegna alla Contessa Cora di Brazzà la sua Medaglia di Merito per la sua Collezione di antichi merletti con una motivazione molto elogiosa. In occasione dell’esposizione di Chicago, Cora pubblica anche una guida sugli antichi merletti in Italia, “A Guide to Old and New Lace in Italy” che dedica alla Regina Margherita. Infine riesce ad ottenere una riduzione dei relativi dazi doganali americani.

Il discorso che Cora fa in quell’occasione su “Life of the Italian Woman in the Country” davanti al Congress of Women di Chicago[2] è tutto dedicato alla vita delle contadine friulane. Cora è eletta Presidentessa del Committee on Peace and Arbitration dell’ American National Council of Women. Il campionario esposto da Cora a Chicago fa parte della collezione del Museo delle Arti Applicate di Philadelphia. Dopo Chicago, Cora lancia un florido mercato d’esportazione in America.[3] Tre anni dopo sono già aperti cinque punti di vendita negli Stati Uniti (Baltimore, New Orleans, New York, S.Louis e Washington). Il gusto Americano per la novità la costringe ad accelerare la varietà e innovazione dei suoi disegni e di modelli tele e merletti. Nel 1897 Cora pubblica a Boston il suo romanzo An American Idyll con illustrazioni di sua mano

Come ci ricorda Mariangela Topazzini Tondello, le scuole di Brazzà ottengono successivamente numerosi riconoscimenti: due medaglie d’oro e due d’argento all’Esposizione di Parigi del 1900, e altre medaglie d’oro a Udine (1903), Londra (1904), Liegi (1905), Milano (1906) e Copenhagen e Vicenza (1908).

Rientrata in Italia, Cora riprende la sua attività imprenditoriale e umanitaria. Tra l’altro, nel 1903 è eletta presidentessa dell’Associazione Italiana delle Imprese Femminili e nel 1905 si prodiga per soccorrere e raccogliere fondi per i terremotati di Monteleone. Sarà la sua ultima azione pubblica, perché l’anno dopo, all’improvviso, come scrive il marito Detalmo nelle sue memorie “Cora perse la ragione dall’oggi al domani.” Fu colpita da una malattia che ne costringe il ricovero in una casa di cura alla giovane età di 44 anni.[4]

L’otto giugno viene trasferita in un appartamento del manicomio di Imola, dove Detalmo viene a trovarla regolarmente fino al giorno della sua morte nel 1922. Viene trasferita alla Villa Giuseppina  sulla Via Nomentana a Roma e ritorna a Brazzà nel 1927 dove viene assistita da una suora.

Qui – scrive mio padre – “si mette subito a fare la “Contessa Brazzà” come se niente fosse, in un appartamento tutto per lei, e sempre servita dal suo fedele maggiordomo Nonino. Aveva ripreso a dipingere e amava giocare a briscola. Un giorno convoco’ il parroco di Santa Margherita che subito si prcipito’ in bicicletta tutto sudato. Era solo per dirgli che ‘Veneri’ io voglio essere sepolta press oil lago’. Insisteva per accompagnare I miei genitori ai ricevimenti la sera, tanto che fummocostretti in queste occasioni a mettere tutti gli orologi della casa un’ora avanti, di modo che se ne andasse a letto. In capo a sei mesi tuttavia disse di voler tornare a Roma alla Villa Giuseppina dove evidentemente si sentiva più tranquilla…Quando si era a Roma andavo una volta alla settimana con mia madre a trovarla. A me diceva sempre: ‘Sei lo stellone del Montenegro’…Nei suoi ricordi si era fermata nel 1906. Mori’ nel 1944, senza accorgersi che le visite settimanali erano cessate perché mia madre era scomparsa sei anni prima”. Ma mio padre continua a visitarla fino alla sua morte nel 1944 all’étà di ottantadue anni. Le si tace l’incendio che distrugge la sua casa a Brazzà sotto l’occupazione austriaca come la morte del marito nel 1920 e quella della figlia Idanna nel 1940. Non è conscia, neppure dell’avvento di Mussolini, o dello scoppio della prima e seconda Guerra mondiale.

Ma forse conviene ricordarla anche come amante della natura che promuove in Friuli la coltivazione commerciale della viola di Udine e di Brazzà (viole doppie con occhio bianco), meglio conosciute all’estero come Viola Blue Compte de Brazza, creata nelle serre del Conte Filippo di Brazzà dopo lunghe selezioni. Cora convinse le contadine a coltivarla lungo I filari delle viti, proteggerle in inverno con gusci d’uovo assicurando che costituissero all’epoca, grazie anche alle esportazioni verso l’Egitto, l’Impero Ottomano, la Russia e gli Stati Uniti, insieme ai merletti la principale fonte di reddito delle donne friulane fino a che negli anni venti cambio la moda e la loro coltivazione divento’ troppo poco remunerative..

Corrado Pirzio Biroli

La Bandiera della Pace

peace flagLa bandiera Pro Concordia Labor, il cui ricco simbolismo è descritto nella pagina a fianco fu progettata nel 1897 dalla contessa Cora di Brazzà. Avendo lavorato per la Croce Rossa poco prima di disegnare la bandiera, Cora apprezzò il potere dei simboli visivi e riconobbe che gli operai di pace mancavano di una singola immagine che unificasse il loro lavoro. Consapevole di un’idea precedente per una bandiera di pace che incorporava bandiere nazionali preesistenti proposta nel 1891 da Henry Pettit, Cora sentì che il primo disegno era inadeguato. L’ idea di Pettit consisteva in una bandiera nazionale circondata da un bordo bianco con l’aggiunta della parola “Pace”. Ma questo accadeva per tutte le bandiere di pace quante ven’erano di nazionali. Necessario, tuttavia, era un singolo simbolo universale di pace che trascendesse l’identità nazionale e comunicasse simbolicamente i valori cosmopoliti insiti nel lavoro di pace. Di conseguenza, Cora progettò la bandiera Pro Concordia Labor (‘Io lavoro per la Pace’). I colori del giallo, viola e bianco sono stati scelti perché nessuna bandiera nazionale aveva questi colori, rendendo impossibile per lo spettatore  confondere la bandiera Pro Concordia Labor con qualsiasi bandiera nazionale preesistente. Liberato da questa potenziale confusione, lo spettatore che vede lo stendardo distintivo giallo, viola e bianco, diventa pronto ad associare l’oggetto colorato con i valori che motivano il lavoro internazionale e cosmopolita, vale a dire “la cementazione dei legami d’amore della fraternità universale a prescindere da credo, nazionalità o colore” – valori che sono stati considerati come espressione del “vero patriottismo”. La bandiera Pro Concordia Labor è una rappresentazione visiva dei valori specifici inerenti al “vero patriottismo” che sostiene il binomio pace-lavoro.

Le mani giunte in cima allo scudo del centro sono una parte importante del simbolismo della bandiera. Essi rappresentano l’intuizione che il compito di sviluppare l’umanità e la creazione di un mondo pacifico deve essere un’impresa comune intrapresa da uomini e donne che insieme lavorano per questi obiettivi. Lo sviluppo spirituale dell’umanità – simboleggiato dalla particolare disposizione dei colori – è un’altra caratteristica importante della bandiera. Bertha von Suttner, l’operaio di pace più famoso del tempo di Brazzà che ispirò Alfred Nobel per creare il suo premio di pace, parlava spesso dell’evoluzione della specie umana. “L’umanità si sviluppa verso l’alto”, ella disse, e “siamo chiamati ad accelerare lo sviluppo di un tipo superiore e più fortunato di essere umano”. La bandiera Pro Concordia Labor rappresenta simbolicamente questi sentimenti.

Quando Susan B. Anthony commentò la bandiera nel 1897, osservò la sua intima connessione e la relazione profonda tra il proprio “mondo interiore” e il lavoro di pace. Con la mano sul petto, Anthony  osservò che «la prima persona ad iniziare questa opera di pace è proprio qui». Cora non solo concordò con questo, ma anche creò uno strumento personale per aiutare l’individuo a intraprendere questo lavoro di pace personale. Il “Distintivo Universale di Pace” (citato nella pagina a fianco) fu un dispositivo inventato da Cora per fornire assistenza nello sviluppo di “risorse interiori”, cosicchè uno può cominciare questo lavoro di pace pratica e personale e, idealmente, evolverlo in uno strumento di pace.

Simbolismo della Bandiera della Pace *

Il TRICOLORE, come il triangolo, è emblematico di libertà, di unità e di fraternità, e queste ultime sono sempre state sinonimo nella religione di Divino Amore, Saggezza Assoluta, Armonia Universale e in natura di Aria, Terra e Acqua.

Pertanto, la bandiera che simboleggia tutto ciò deve essere un tricolore, composto di giallo, viola e bianco. GIALLO, perché questo è il colore dell’amore attivo, dell’energia e della forza creativa paterna, gli attributi della luce del sole, maturazione e abbondanza. VIOLA, perché questo è il colore del trionfo ottenuto attraverso costanza, sacrificio di sé e perseveranza, che sono gli attributi femminili o materni. BIANCO, perché questo è il colore dell’innocenza e purezza, gli attributi del giovane e inesperto.

Questi colori emblematici sono collocati in modo da illustrare lo sviluppo dell’umanità. Lo spirito del bambino appare in principio sostenuto dallo spirito della madre, poichè l’innocente deve imparare attraverso l’insegnamento paziente e quello spirito di sacrificio di sé che media tra il debole e il forte.

Una tenera costanza (viola) crea il focolare e gli ideali di famiglia. Esso è quindi degno di rappresentare l’emblema dell’aspirazione, la cresta della Pace Universale, mentre l’elemento paterno (giallo), con la sua potenza e volontà, lega l’umanità al blu dell’asta, segno di promessa e fedeltà allo scopo.

La Stella del Destino si trova al culmine della bandiera e occupa la posizione di rilievo in cresta sul campo centrale della bandiera. Le ali impennate di una colomba sostengono le mani di un uomo e una donna, giunte sopra lo scudo, segno di difesa di ogni nazione e protezione di ogni società, la cresta è emblematica di tale cooperazione amichevole in lavoro e aspirazione che porta dall’individualismo e dalla gretta ricerca di sé alla reciproca benevolenza e equità universale.

Il motto, Pro Concordia Labor, “Io lavoro per la Pace”, può essere collocato sulla bandiera sotto lo scudo, o su uno delle stelle bianche filanti dall’asta della bandiera, con un motto nazionale o della società sull’ altro.

Il DISTINTIVO DI PACE UNIVERSALE è costituito dalle mani giunte, le ali e la stella della cresta in metallo e dorato per un ufficiale, argentato per un membro a pieno titolo, o bronzato per una postulante. Ciò forma uno spillo per supportare un nastro giallo per gli uomini, viola per le donne, o bianco per i bambini, su cui è stampato o ricamato il dispositivo della società e il numero individuale del proprietario del distintivo. Per saperne di più circa il distintivo di pace universale visita:

Proconcordialabor.com/badge

* Testo adattato da originale opuscolo di Pro Concordia Labor 1897 di Brazzà. La copertina dell’opuscolo originale del 1897, progettato da L.Prang Co & di Boston, è usata per la copertina di questo opuscolo 2015 (che è modellato sull’originale del 1897).

Le Sette Regole di Armonia

Oltre a progettare la bandiera Pro Concordia Labor e il distintivo di pace universale, la Contessa di Brazzà formulò anche le sette Regole dell’Armonia. Queste regole forniscono orientamenti concreti per gli individui che desiderano intraprendere il lavoro di pace. Presentato nel 1897 per la prima volta da delegati dell’Unione di Pace Universale per il primo Congresso Nazionale di Madrid (tenutasi a Washington, D.C., Stati Uniti d’America nel febbraio 1897), queste regole erano ampiamente diffuse quell’anno e particolarmente consigliate a genitori, tutori e insegnanti perché questi erano in grado di insegnare le regole ai bambini. Ma le regole non sono solo un gioco. Quando prese sul serio, hanno il potere di aprire canali latenti di compassione e di indirizzare quei canali per il lavoro di riforma progressiva di un attivista. Esse sono stampate sotto per vostra convenienza:

  1. Rendere lo spirito sacro della pace un potere vivente nella tua vita e contribuire con l’uso di tempo, pensiero e denaro alla sua diffusione.
  2. Mai ascoltare, senza protestare, insinuazioni, vituperazioni o ingiuste accuse contro i membri della vostra famiglia e i vostri concittadini.
  3. Cercare di comprendere lo spirito delle leggi nazionali e obbedire a quelli esistenti; e interessarsi con fervore per la modifica di tutto ciò che consideri tiranneggiare inutilmente qualsiasi classe di concittadini.
  4. Dedicare il tuo pensiero e usare la tua influenza per sviluppare lo spirito nazionale e patriottico e non criticare senza scopo l’amministrazione della famiglia e della nazione.
  5. Trattare tutti gli uccelli e bestie e tutte le creature del mondo animale e vegetale con giustizia e dolcezza. Non distruggere, salvare per autoconservazione e per la protezione dei deboli. Rendere invece il vostro fine quello di piantare, nutrire e propagare tutto ciò che comporterà il miglioramento fisico e morale della famiglia, la patria e la nazione.
  6. Insegnare ai bambini ed ai vostri dipendenti, cosa si può imparare in materia di giustizia e pace e cercare di sviluppare in loro sentimenti di armonia.
  7. Cercare ogni giorno di portare a termine qualche lavoro o eseguire alcune piccole azioni che possano promuovere la causa della pace, sia in patria che all’estero.

PROCONCORDIALABOR.COM


[1] Vedi Mariangela Topazzini, op.cit. pag. 18
[2]  http://digital.library./upenn.edu/women/eagle/congress/brazza
[3] Durante quel periodo, nel 1895, Cora si prodiga per far riaprire il processo che aveva condannato una giovane immigrata dalla Basilicata alla sedia elettrica negli Stati Uniti per aver assassinato il suo amante. Questo episodio, che la porto’ ad organizzare la prima campagna della stria contro la pena di morte è descritto in una nota separata.
[4] Si tratta di un processo di ispessimento delle ossa craniche (morbo di Paget), forse facilitato dall’estrema stanchezza fisica e mentale prodotta dale sue soverchie e troppo impegnative attività.
[1] Idanna Pucci, Il Fuoco dell’Anima, Longanesi, p. 40
[2] Questa storia è raccolta nel museo di Cjase Cocél (Vedi Maringela Topazzini, op.cit. pp. 19-21)