La Storia di Zio Pietro

Sin da bambino Pietro Brazzà, italiano di origine friulana, sogna di andare a scoprire che cosa c’è nella grande macchia bianca sulla carta dell’Africa che suo nonno aveva segnato come “luogo da visitare” – il Regno del Re Macocco, regione sconosciuta agli europei. E’ nel bacino del Congo, il più grande fiume dell’Africa. Pietro vuole scoprirne la geografia e incontrarne gli abitanti.
Così entra nella Marina francese (a quel tempo l’Italia non esisteva ancora). Il suo concorrente diretto è Stanley, un grande esploratore americano al servizio del Re dei Belgi Leopoldo II.

Pietro è chiamato il Padre degli Schiavi perché difende gli africani da chi vuole sfruttarli, li convince a toccare la bandiera francese per sentirsi più forti e rifiutare di essere presi dagli schiavisti. E ricompra gli schiavi per liberarli.  Per l’africano Pietro è un grande stregone: lo meraviglia con i suoi strumenti per navigare, esplorare e cacciare, s’interessa alla sua vita, ha imparato a camminare a piedi nudi nella foresta, come lui. All’attacco della tribù degli Affurù, non risponde sparando, ma offrendo pace e beni.

Pietro non è uno studente eccezionale o disciplinato, ma ha una grande forza di carattere, e molta autorità per comandare. Tutti hanno fiducia in lui, non solo gli amici, i collaboratori e anche i fedeli portatori  ma anche i politici di cui ha bisogno per esplorare. Tra i primi ci sono il fratello Giacomo, l’amico Attilio Pecile, gli amministratori de Chavannes e Dolisie e il medico Ballay.; tra i politici, il presidente della Camera francese Gambetta, il Ministro delle Colonie Ferry, e l’ammiraglio de Montaignac. I portatori senegalesi, sono cappeggiati dal fedelissimo Malamine.

Stanley, invece, è un giornalista avventuriero, in cerca di fama e conquiste; non ama gli africani, che non capisce, e si apre la strada a colpi di cannone e dinamite. Stanley si vanta di aver fatto trentadue “battaglie”, bruciato interi villaggi e fatto esplodere con il Winchester le “teste di lana” che ostacolano la sua avanzata per cui viene sopranominato Boula Matari (Spacca rocce). Traversando il fiume Congo con un centinaio di armati, Stanley cerca anche di invadere la colonia pacificamente creata da Pietro, ma deve indietreggiare di fronte a un solo uomo di guardia con la bandiera francese, il sergente Malamine.

Le differenze d’approccio e carattere tra Pietro e Stanley suggeriscono al Re Makoko di convocare Pietro a Mbé, la capitale del Regno Teké, dove lo riceve con i segni del suo potere: una pelle di pantera, simbolo di potenza, un corno di bufalo pieno di gris-gris, il Kwe Mbali, il grande spirito protettore del regno, un maestoso scaccia mosche e due campane per ristabilire la calma durante le udienze di giustizia. Qui i due firmano nel 1884 un trattato di amicizia e protettorato.
Il Makoko chiede poi a zio Pietro di fare la pace tra quaranta delle sue tribù e Pietro ci riesce convincendone i capi a scavare una fossa, gettarvi le loro armi e seppellire la guerra chiudendo la fossa e piantandoci sopra l’albero della pace, una palma.
Quando Pietro ritorna in Congo col trattato firmato dal governo francese, è accolto da un’enorme folla africana, informata dal tam-tam (il loro telegrafo) – che gridava: “Nostro padre è tornato!”.

Le condizioni di vita degli esploratori a quell’epoca erano al limite del sopportabile. La maggior parte moriva di malattia come il compagno Latours (da cui Latoursville) o incidenti (come il compagno Flicoteau, ucciso da un bufalo ferito),  quando non erano uccisi dai locali. Sia Pietro che Stanley rischiarono del resto di morire di malattia, se non fosse stato per la loro forte fibra.
Dopo la famosa conferenza di Berlino convocata nel 1885 dal Cancelliere tedesco Bismarck, durante la quale le grandi potenze europee si spartirono l’Africa, decorato della Légion d’Honneur, Pietro temette di essere messo in congedo e approfittò’ di una conferenza organizzata per lui da de Lesseps, il padre del Canale di Suez, al Cirque d’Hiver a Parigi per rivolgersi all’opinione pubblica  mettendo in guardia le società coloniali dal voler dominare possedimenti ancora poco conosciuti e una popolazione impreparata: “Volendo imporre loro bruscamente i nostri modi di fare e di pensare, arriveremmo inevitabilmente a una lotta che li condurrebbe all’annientamento”.

L’opinione pubblica chiede allora il suo ritorno al Congo. Pietro è nominato Commissario Generale per l’Africa dell’Ovest dove partecipa attivamente alla “corsa al Chad”, blocca l’avanzata dei tedeschi nel Cameroun e promuove l’espansione verso il fiume Nilo. La Francia non lo sostiene in questo e, quando, troppo tardi manderà la famosa Missione Marchand, per occupare il bacino del Nilo, questa dovrà ritirarsi di fronte agli inglesi (incidente di Fashoda).
Gli avversari di Pietro in Francia lo accusano di aver ritardato la missione e di incapacità amministrativa e sperpero. Le compagnie concessionarie, che vedevano in Pietro l’ostacolo principale ai loro piani di sfruttamento lo accusano di impedire lo sviluppo economico del Congo con una campagna stampa denigratoria. È accusato di fare della filantropia invece di colonizzare. Pietro paventa la divisione del Congo in piccoli monopoli con l’impossibilità di sorvegliare i contratti delle grandi compagnie e impedire che l’operaio africano sia retribuito in modo derisorio. Il Governo francese lo congeda ma la Francia avrà ancora bisogno di lui. Scoppia lo scandalo Toqué-Gaud, due amministratori coloniali che per celebrare la festa nazionale francese fanno saltare alla dinamite un capo africano (1903).

L’Affaire Toqué-Gaud, e una campagna stampa costringono il Presidente Loubet a ordinare un’ispezione nel Congo, Gabon e Oubangui-Chari e incaricare Pietro di dirigerla. Questi ottiene di aggiungervi una persona di sua fiducia, il giornalista Félicien Challaye. Sa di dover affrontare l’ostilità del Governatore del Congo Emil Gentil, del suo vecchio nemico il vescovo Agouard, e delle compagnie concessionarie che avevano invaso la colonia dopo la sua messa a disposizione.
Giunto a Brazzaville, convoca le popolazioni precisando le leggi francesi a tutela dei sudditi coloniali. Critica in particolare le eccessive tasse e il lavoro forzato. Risalendo col battello Dolisie il fiume Oubangui fino a Bangui Pietro nota che la popolazione si dirada e villaggi a lui noti lungo le rive sono scomparsi per sfuggire, come scoprirà, alla cattura degli agenti del governo alla ricerca di raccoglitori di caucciù e dell’esazione dell’imposta.

Durante la danza di uno stregone organizzata in suo onore, Pietro ne comprende il messaggio sulla presa di ostaggi da parte degli agenti coloniali e delle società di sfruttamento.  Scopre così tra l’altro un  campo di concentramento a Fort Crampel. Ciò mette fine al suo sogno civilizzatore.
La sua salute subisce allora un duro colpo dal quale non si risolleverà. Durante il viaggio di ritorno  Pietro deve essere sbarcato a Dakar dove muore (ufficialmente di dissenteria) all’Hopital Principal il 14 settembre 1905 all’età di 53 anni.
La moglie Thérèse, rifiuta di farlo inumare nel Pantheon degli eroi francesi perché soprattutto persuasa che la Francia lo abbia tradito, per cui decide di trasferirlo al cimitero di Mustapha Supéreur ad Algeri, da dove sarà poi trasferito a Brazzaville dove dal 2006 riposa con la famiglia nel Mèmorial Pierre Savorgnan de Brazza costruito allo scopo.

Il rapporto ufficiale d’ispezione, giudicato troppo critico, è fatto sparire dal Ministero delle Colonie dopo che aveva scoperto dove Pietro lo aveva nascosto: in uno scomparto segreto della sua scrivania da campo costruita su ordinazione da Vuitton. Così Felicien Challaye diventa il testimone chiave delle scoperte della Commissione d’inchiesta grazie agli articoli che scrive per il suo giornale Les Temps e ai libri che pubblica.
Se fosse stato ancora vivo Pietro avrebbe certamente saputo rivolgersi all’opinione pubblica per far conoscere la verità. Pioniere nell’uso dei media, Pietro aveva infatti saputo stabilire col suo carisma un contatto diretto con la società civile ogniqualvolta il potere politico e l’amministrazione gli mettevano i bastoni tra le ruote.

La determinazione, la perseveranza e soprattutto il fascino che Pietro ha esercitato sull’Africa Equatoriale Francese e anche in Francia gioca un ruolo chiave nella liberazione della Francia dal nazismo. Nel 1940 Brazzaville è dichiarata capitale della Francia libera e diventa il quartiere generale di Charles de Gaulle dove questi ottiene l’appoggio “francese” che gli è politicamente necessario per svolgere un ruolo proprio alla Francia rispetto alle forze alleate nella liberazione della Francia dal nazismo.