I Figli Strappati – dall’Ambasciata di Roma ai Lager Nazisti (1932-1945) di Fey von Hassell in Pirzio-Biroli

Una famiglia particolare

Nell’autunno del 1944, all’età di venticinque anni, venni arrestata in Italia dalle SS, strappata via dai miei due bambini, e trascinata da un campo di prigionia all’altro, con paura e angoscia, attraverso la desolazione del Terzo Reich devastato dalla guerra. Sopravvissi fino alla fine, ma per altri quattro mesi non ebbi notizie dei miei figli di due e tre anni.

E’ cosi’ che incomincia il diario di mia madre I figli Strappati che tenne dal 1932 al 1945. Il suo libro fu battuto a machina da lei stessa nel 1945-1946 in due lingue, italiano e tedesco, e giacque sulla sua scrivania fino al 1987, quando la società editrice Morcelliana di Brescia pubblico’ due edizioni col titolo Storia Incredibile. Seguirono edizioni in americano, inglese, tedesco, svedese, turco e infine in francese (1999) per terminare con una riedizione italiana di Altana nel 2000 col titolo I Figli Strappati. Ogni editore scelse il suo titolo, ma il migliore rimane a mio avviso A Mother’s War scelto dagli inglesi. La RAI Fiction ne ha ora tratto un film in due episodi che ando’ per la prima volta in onda nell’aprile del 2006, pochi giorni dopo la scomparsa di mio padre novantenne. Il film usci’ anche in tedesco alla fine di quell’anno.

Mia madre di educazione tedesca e luterana, lascia una descrizione unica del suo dramma di figlia, sposa e madre che è di una semplicità, di un realismo e di una onestà incomparabili. Lei ha certo sofferto, ma il lettore delle sue memorie sarà meravigliato della sua mancanza di rancore per i suoi aguzzini. Considero’ che il suo destino facesse semplicemente parte dei tanti episodi che la avvicinavano al destino di tanti altri, sballottati dalle follie politiche dell’epoca causate dal totalitarismo e razzismo imperante, le cui vicende ebbero spesso esito meno felice della sua. Resto’ ottimista fino alla fine quando conobbe la riunificazione di tutta la famiglia salvo suo padre impiccato da Hitler.

Per questo è meglio leggere il libro e magari vedere anche il film che lo riflette abbastanza fedelmente, a parte che non fu mia madre ma mia nonna a ritrovarci e che mio padre non fu un partigiano combattente ma un ufficiale di cavallería “alla macchia”.

Preferisco invece dire quello che mi viene in mente sulla falsariga de I Figli Strappati. La nostra è anzitutto una famiglia un po’ particolare.

Mio padre fu antifascista, membro attivo del Partito d’Azione, segretario particolare del Primo Ministro Parri. Lavoro’ per numerosi governi italiani fino agli anni sessanta e poi all’ENI di Mattei. Qui rifiuto’ di consegnare le bustarelle destinate a comprar voti per l’ENI presso politici di tutti i partiti e correnti, come disse. Rimase cosi’ senza lavoro, fino a che divenne uno dei primi due delegati della Commissione Europea, con sede a Dakar e accumulo’ un’esperienza rara in cose africane. Agnostico, si riavvicino’ alla religione cristiana grazie ad un califfo ecumenico mussulmano della Casamance che lo nomino’ sceicco, si mise a leggere giornalmente il breviario e i testi delle religioni orientali e fini’ per sentirsi l’erede incarnato dello zio Pietro Savorgnan di Brazzà, il fondatore dell’Africa Equatoriale Francese e di Brazzaville. Fu cosi’ che nel 2005 propose al presidente del Congo Nguesso il trasferimento delle spoglie di zio Pietro da Algeri a Brazzaville insieme a quelle della moglie e dei suoi quattro figli. Qui fu inaugurato un anno e mezzo fa un mausoleo, il più grande dell’Africa, dove oggi riposano anche le ceneri paterne. Chirac pose la prima pietra in ricordo del ruolo che l’AOF gioco’ quando permise a De Gaulle nel 1944, di lanciare proprio a Brazzaville la riconquista della Francia grazie alle truppe dell’Africa Equatoriale Francese, appunto l’Africa dello zio Pietro.

I nonni conobbero delle storie diametralmente opposte. Il nonno paterno Giuseppe Pirzio-Biroli era ufficiale di cavallería, il primo ad adottare lo stile Caprilli, di fede monarchica, coltivatore entusiasta di polli, che come Cincinnato, non appena scoppiava una guerra, si presentava volontario per riarruolarsi nei corpi d’armata italiani comandati dal fratello Alessandro, ovvero “barba elettrica” o il “Leone di Gondar”. Furono cosi’ in Lybia ed Etiopia nel quadro dell’avventura coloniale fascista. Mentre cercarono di ridurre la durezza delle istruzioni di Mussolini per gli abitanti delle colonie, usarono pero’anche mezzí di difesa delle nostre truppe in difficoltà senza dubbio criticabili.

Il nonno materno, che mia madre definisce il vero eroe delle sue memorie, fu invece un resistente al nazismo sin dalla prima ora. Durante una visita personale all’agitatore Adolf Hitler all’inizio degli anni trenta capi’ che si trattava di un pazzo. In particolare, quando questi fu incapace di sostenere lo sguardo penetrante del nonno e fu talmente a disagio che lo congedo’ improvvisamente con una stretta di mano umida e gli occhi che guardavano per terra. Uscendo, il nonno disse alla nonna: “Se quest’uomo viene al potere, è la fine della Germania”. Come fu possibile che Chamberlain non lo capi’ quando firmo’ l’accordo di Monaco nel 1938? Forse fu nel nome di un fine superiore, sul quale Chamberlain concordava con Churcill, Roosevelt e perfino Papa Pacelli, e cioé che Hitler era il solo a poter battere il comunismo russo e che conveniva dunque lasciarlo fare prima di mettergli i bastoni tra le ruote.

Mussolini aveva invece capito che aveva a che fare con un pazzo. Si illudeva che il nonno Hassell – ambasciatore tedesco a Roma dal 1932 fino al febbraio al 1938 -, che aveva soprannominato “il freno” – sarebbe stato in grado di frenare, cioè far ragionare Hitler per cui si oppose al richiamo a Berlino di un ambasciatore scomodo per il Führer. Bisogna aggiungere che Mussolini conosceva bene il nonno, soprattutto dopo la Conferenza di Stresa tra Francia, Gran Bretagna e Italia nel 1935 che condanno’ il riarmo tedesco in violazione del trattato di Versailles. Difficile pensare che Mussolini non ne discusse con Hassell. Del resto furono ambedue firmatari del ‘Patto a Quattro’ insieme a Daladier e Chamberlain a Roma, un patto di pace che non fu tuttavia mai ratificato. Hassell assistette con orrore all’ostracismo di Eden contro Mussolini per la conquista dell’Etiopia, che costrinse il Duce, come aveva chiaramente preannunciato agli inglesi, ad abbracciare la Germania che era stata la sola a sostenerlo nell’avventura etiopica.

Cosi’ si arrivo’ infine, prima al ‘Patto Anti-Comintern'(1938) tra Italia, Germania e Giappone, e poi al ‘Patto d’Acciaio’. L’ambasciatore Hassell li ritardo’ per quanto gli era possibile, accampando ragioni giuridiche, fino, a quando Hitler perse la pazienza e mando’ von Ribbentrop, allora Ambasciatore a Londra, poi suo Ministro degli Esteri a firmare questo Patto a Roma. Il nonno Hassell vi assístette allarmato, come traspare chiaramente da una foto e fu richiamato a Berlino (messo a disposizione) senza soldo né pensione. Vale ancora oggi la pena di leggere il suo Diario Segreto 1938-1944, il cui titolo tedesco era ‘Vom anderen Deutschland’ (di cui ho una copia per consultazione), ora riedito in varie lingue, per capire la lucidità ed il coraggio dei resistenti tedeschi non ancora internati nei campi di concentramento. Il diario, cosi’ esplicito da essere pericoloso per la famiglia, fu nascosto nella tana del lupo di casa. Doveva essere base per un libro, ma fini’ per essere una testimonianza genuina unica che l’autore non ebbe l’opportunità di precisare dopo la guerra. Mia nonna passo’ delle settimane a ricostruire i nomi di comodo utilizzati per imbrogliare le piste (per esempio Goerdeler vi era chiamato Gärtner).
Purtroppo, il 20 luglio, oggi festa nazionale tedesca, falli’ anche il quarto degli attentati organizzati contro Hitler. Mio nonno, che aveva cercato senza successo con l’aiuto di mio padre il sostegno del governo britannico per una pace onorevole in caso di tirannicidio contro Hitler ed i suoi, aveva redatto la nuova costituzione che i congiurati volevano offrire al paese e doveva diventare il nuovo Ministro degli Esteri della Germania democratica. Gli fu offerto di scappare, ma lui rifiuto’. Cosi’ si lascio’ arrestare affinché, come disse, si sapesse che c’era un’altra Germania, e cioè una resistenza seria anche in un paese totalitario come la Germania dove essa era particolarmente difficile. Non dimentichiamo che i numerosi campi di concentramento in Germania non erano triste monopolio dei malcapitati ebrei, ma erano anche píeni di antinazisti. Credette che fosse sua responsabilità di restare al suo posto per tentare di evitare il peggio, piuttosto che di lavarsi le mani abbandonando qualsiasi incarico pubblico e con cio’ anche le occasioni di agire per il meglio del paese.

Mio nonno fu dapprima rinchiuso nel campo di concentramento di Ravensbrück, fu poi trasferito nel carcere die Plötzensee. Subi’ il processo popolare ‘Volksgerichtshof’ a Norimberga, dove fu attaccato in modo indecente dal giudice nazista Freisler, il quale non riusci’ tuttavvia ad impedirgli di parlare. E cosi’ ebbe l’occasione di affermare che il processo era una farsa, che sapeva di essere comunque destinato all’impiccagione, ma che il giudice stesso sarebbe stato a sua volta condannato a morire sulla forca, cosa che di fatto avvenne dopo il secondo processo di Norimberga giostrato dagli anglo-americani l’anno dopo. Nella sua ultima lettera alla moglie Ilse, più volte pubblicata, le confido’ i figli, descrivendola forte come una roccía e ringrazio’ Iddio per avergli concesso trent’anni esatti di vita dal giorno in cui sul fronte franco-tedesco il nove settembre 1914 aveva incassato nel muscolo cardiaco una pallottola francese risultata inoperabile con la chirugia dell’epoca e causa di periodici versamenti di sangue. Quanti milioni di morti sarebbero potuti essere evitati se l’attentato avesse eliminato Hitler nel luglio 1944!

L’impiccagione di mio nonno il 9 settembre 1944 ebbe luogo a Plötzensee a Berlino, nel cui perímetro furono poi impiccati da agosto 1944 all’aprile 1945 quasi tutti i suoi compagni di sventura implicati nell’operazione Valchiria (capirete allora perché non posso vedere le opere di Wagner). Per disprezzo furono impiccati utilizzando dei ganci da macellaio. L’impiccagione fu interamente filmata dalle SS. Fu un evento pubblico al quale furono invitate varie personalità. Rifiutare di assistervi era considerato uno schiaffo al regime e segno di opposizione.

Scomparve cosi’ un uomo che amava l’Italia, un esperto di Dante sul quale scriveva e faceva conferenze. Considero’ che, come scrisse in francese, ”L’Europe pour moi a le sens d’une patrie”, dimostrando cosi’ di essere un precursore dell’integrazione europea.

Finisco la descrizione della famiglia più stretta con mia nonna, figlia del Grande Ammiraglio Alfred von Tirpitz, creatore della flotta di sommergibili e della coscienza marinara tedesca. Si tratta di un personaggio affascinante, figlia prediletta del padre per il suo acume politico, e un po’ la mascotte del Kaiser Guglielmo II. Questi la chiamava ‘Mein Kleiner Kreutzer’ (il mio piccolo incrociatore) a causa del naso appuntito e del padre, creatore della marina tedesca. Ma quando rientro’ da una finishing school inglese e si innamoro’ di mio nonno, il Kaiser la chiamo’ ‘meín kleiner Zerstörer’ giuocando col significato della parola che, tradotta dall’inglese, si riferiva ad un tipo di nave chiamato ‘Destroyer’ (distruttrice…di cuori). Quando mia nonna veniva come ogni anno in vacanza nella nostra proprietà di Brazzà, i miei amici le si stringevano intorno e dominava le serate con i suoi racconti.

Cosi’ raccontava per esempio come suo padre tento’ senza successo di convincere il Kaiser a rimangiarsi la sua dichiarazione di guerra dopo l’attentato a Sarajevo, se non altro perché la sua marina era uno strumento di difesa rispetto all’Inghilterra e dunque inadatta a condurre una guerra offensiva. Ma il Kaiser rispose che un Kaiser non poteva mai rimangiarsi la parola data e rifiuto’ il consiglio dell’ammiraglio di almeno rinforzare in tal caso la flotta di sottomarini. Al che von Tirpitz si dimise, per cui non capeggio’ mai la sua marina in battaglia (salvo nei mari della Cina all’inizio del secolo decimonono). Mia nonna raccontava anche come il Kaiser amasse usare una bagnarola sempre piena d’acqua per far galleggiare i modelli di nave della sua marina in formazione e per giocare ogni tanto a battaglia navale. Intimidito dalla sua menomazione fisica, il Kaiser si divertiva ad imbarazzare i suoi interlocutori con commenti o proposte sorprendenti. Se vi interessa, ve ne raccontero’ una che fece a Tirpitz più tardi. Un altra storia cara alla nonna era quella di suo fratello Onkel Wolf capitano di corvetta, che si rifiuto’ di abbandonare la sua nave silurata dagli inglesi, ma fu il solo ufficiale a salvarsi perché avvolto da una bolla d’aria rilasciata dalle stive. Fu raccolto naufrago dalla marina inglese mentre Curchill capo dell’ammiragliato osservava tutta la scena col suo binocolo. Questi volle incontrare il coraggioso, e scoperto che si trattava di Tirpitz figlio, telegrafò al padre per dirgli che non gli avrebbe torto un capello e lo avrebbe restituito alla famiglia alla fine della guerra. Insomma, la nonna sapeva affascinare gli ascoltatori a tal punto che persino la principessa Liliane de Rethy, che le portai un giorno a casa in Baviera rimase senza parole, limitandosi a porre delle domande, e poi mi disse: Corrado, “quando se ne va tua nonna, si chiude un capitolo di storia”. E cosi’ convinse la Televisione francese a intervistarla e produrre un programma di un’ora e mezza che Giscard d’Estaing volle fosse mandato in onda un 10 Novembre sera per aiutare i francesi a passare oltre le tradizionali celebrazioni della sconfitta tedesca dell’undici Novembre 1944.

E’ alla nonna che devo insieme a mio fratello se oggi sono qui. E’ lei che ci ritrovo’ in un campo di concentramento per figli di criminali comuni grazie alla sua testardaggine, un solo giorno prima del nostro ritiro per adozione. E’ cosi’ che del resto si conclude il libro di mia madre, appunto con la storia raccontatale da mia nonna su come ritrovò i bambini. Meglio sarebbe leggere il racconto di mia nonna, ma se proprio ci tenete, posso anche darvene qualche pennellata.